Stefano, Prototipo di ogni Martire

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Devo confessarlo.

La celebrazione istituzionale di un “martire” non è mai stata tra le mie “feste” preferite. Per molti motivi. Il primo di tutti: si ricorda il fatto che qualcuno ha ucciso qualcun altro. Uno è buono (il santo), l’altro normalmente è il cattivo. Ed è cattivo perché odia la fede, l’ideologia, il principio di cui l’eroe che celebri è portatore. E così abbiamo una lunga fila di cattivi che “ci” hanno uccisi, attraverso il simbolo rappresentato dal martire. Giudei, Musulmani, Tribali in Africa, Asia e Americhe, Protestanti, Anglicani, Principi e Sovrani, Comunisti … e chi più ne ha più ne metta.

Ci sono state epoche poi nelle quali la propaganda contro i “cattivi” è stata feroce e, devo ammettere, soprattutto nella Chiesa Cattolica. Spesso la canonizzazione di un singolo o di interi gruppi di martiri è servita per propagandare questa lotta contro il nemico. Usando eventi del passato, si è voluto fare un’affermazione “politica” sull’oggi. È noto per esempio in Spagna il disagio suscitato dalla recente canonizzazione dei martiri spagnoli durante la guerra civile per mano dei comunisti, senza un accenno ai tanti cristiani morti per mano del regime di Francisco Franco nello stesso periodo storico. Siccome i primi sono stati uccisi da comunisti, sono morti per la loro fede (e quindi sono ipso facto martiri). Invece i secondi sono stati uccisi per motivi politici (e quindi non sono martiri). Lo stesso argomento è stato utilizzato per molti anni per ostare il riconoscimento dei martiri gesuiti del Salvador (Rutilio Grande e poi Ignácio Ellacuría ucciso insieme a 5 suoi confratelli, la loro collaboratrice con la figlia sedicenne) o del vescovo Oscar Maria Romero.

Ça va sans dire … che quando è stata la chiesa cattolica o suoi esponenti a perseguitare o uccidere qualcuno, siamo tutti qui a invocare la necessità di “capire i motivi di questi eventi, mettendoli nella giusta prospettiva storica” o, peggio, a giustificarli perché era una “difesa della Verità” secondo l’esprit du temps!

È per me un tormentone, un circolo vizioso. Da una parte ammiri e stimi la coerenza della testimonianza, il non scendere a compromessi del martire, ora in paradiso; dall’altra devi resistere alla tentazione di riempire il tuo inferno di questi “nemici” della tua fede che ancora oggi popolano il tuo mondo. Il pericolo profondo è di trasformare il mondo che circonda i martiri di buoni e cattivi. Di santi e dannati.

È per questo che chi mi riconcilia con tutto ciò è proprio il Nuovo Testamento con il suo racconto del “Primo” dei Martiri, santo Stefano.

Il Prototipo per sempre di cosa significhi martirio per il cristianesimo.

Leggiamo negli Atti degli Apostoli (7,55-60): Stefano pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

Stefano ripropone l’atteggiamento di Gesù che dalla croce aveva pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno (Luca 23,34).

Il momento della morte di Gesù non è condanna per coloro che lo uccidono, ma è evento in cui si apre lo spazio della misericordia. Stefano, che muore per aver predicato quello stesso Gesù, si fa portatore della stessa sua misericordia. La sua coerenza, la sua testimonianza “fino alla fine” non è funzionale a stigmatizzare il comportamento dei nemici e a fomentare l’odio contro di loro. Anzi la morte di Stefano apre la porta del cielo aperto, visibile, anche per loro che, seppure uccidendolo, non sono imputati per questo peccato al tribunale di Dio.

Celebrare un martire significa allora non aprire nostri tribunali attraverso i quali imputare peccati , ma aprire la porta della Misericordia. La stessa misericordia testimoniata dai martiri, perché è questa la vera testimonianza evangelica.

E di questi tempi vale la pena rileggere il testamento spirituale di frère Christian de Chergé, il priore del monastero trappista di Tibhrine in Algeria, ucciso il 26/27 marzo 1996 insieme a sei suoi confratelli  (che trovate qui sotto trascritta). Vale la pena, davvero!

E vorrei chiudere con le parole che Enzo Bianchi, priore del Monastero di Bose propone nella prefazione al libro “Più Forti dell’Odio” che riporta gli scritti dei Trappisti del monastero di Tibhrine:

“In un momento in cui molti pensano all’Islam come nemico, il gesto di chi si lascia sgozzare amando il proprio carnefice è l’estremo rifiuto della logica dell’inimicizia, è l’unico atto che può portare fine alla catena delle rivalse e delle vendette. È il caso serio del cristianesimo… Con il martirio un cristianesimo che sembra incapace di comunicare agli uomini d’oggi ritrova improvvisamente la forza di suscitare domande e di inquietare le coscienze”.

(Qui il libro “Più forti dell’odio”: http://www.monasterodibose.it/916-italiano/edizioni-qiqajon/recensioni-it-it-1/6142-piu-forti-dellodio)

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Testamento di frère Christian de Chergé

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.

Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimé, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno «grazia del martirio», il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’Islam che un certo islamismo incoraggia. E’ troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: «Dica adesso quel che ne pensa!». Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, completamente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!
Insc’Allah.
Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, sette dei nove monaci che formavano la comunità del monastero di Tibhirine, fondato nel 1938 vicino alla città di Médéa 90 km a sud di Algeri, furono rapiti da un gruppo di terroristi. Il 21 maggio dello stesso anno, dopo inutili trattative, il sedicente «Gruppo Islamico Armato» ha annunciato la loro uccisione. Il 30 maggio furono ritrovate le loro teste, i corpi non furono mai ritrovati.

 

Una meditazione di Ratzinger sul Natale

 

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Volevo scrivere qualcosa oggi, nella Vigilia del Natale, ma ho letto poco fa questa meditazione di un giovane Joseph Ratzinger che mi è piaciuta molto. È riportata oggi dal Corriere della Sera. Ve la ripropongo (le sottolineature sono mie).

Qui il link:

http://www.corriere.it/cultura/15_dicembre_24/natale-quel-bambino-che-ci-libera-paura-0e9e63ce-aa12-11e5-85c0-9f00ee6a341c.shtml

 

Il titolo è La Paura e la Speranza

Le luci di Natale risplendono di nuovo nelle nostre strade, l’«operazione Natale» è in pieno svolgimento. E per un istante anche la Chiesa viene fatta partecipe, per così dire, della congiuntura favorevole: quando cioè, nella Notte santa, le chiese si stipano di tanta gente che però, in seguito, per molto tempo passerà ancora dinanzi alle loro porte come a qualcosa di molto lontano ed estraneo, come a qualcosa che non la riguarda. Eppure, in questa notte, per un istante Chiesa e mondo sembrano riconciliarsi. Ed è bello! Le luci, l’incenso, la musica, lo sguardo delle persone che ancora credono; e, infine, il misterioso, antico messaggio del bambino che nacque molto tempo fa a Betlemme ed è chiamato il redentore del mondo: «Cristo, il salvatore, è qui!». Questo ci commuove; eppure, i concetti che in quel momento udiamo – «redenzione», «peccato», «salvezza» – suonano come parole che ci giungono da un mondo lontano, da un tempo ormai passato: forse era bello quel mondo, ma, in ogni caso, non è più il nostro. O lo è invece?
Il mondo in cui sorse la festa di Natale era dominato da un sentimento diffuso molto simile al nostro. Si trattava di un mondo in cui il «crepuscolo degli dei» non era un modo di dire, ma un fatto reale. Tutt’a un tratto, gli antichi dèi erano divenuti irreali: non esistevano più e gli uomini non potevano più credere in quello che, per generazioni, aveva dato senso alla loro vita. Ma l’uomo non può vivere senza un senso, ne ha bisogno come del pane quotidiano. E così, tramontati gli antichi astri, egli dovette cercare nuove luci. Ma dov’erano?

Una corrente abbastanza diffusa gli offriva come alternativa il culto della «luce invitta», del sole, che giorno dopo giorno fa il suo corso sulla terra, sicuro di vincere e forte quasi come un dio visibile di questo mondo. Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio invernale, soleva essere commemorato annualmente come il giorno natalizio della luce che si rigenera in tutti i tramonti, garanzia radiosa che, in tutti i tramonti delle luci caduche, la luce e la speranza del mondo non vengono meno e che da tutti i tramonti si diparte una strada che conduce a un nuovo inizio. Le liturgie della religione del sole molto abilmente si erano così appropriate di una paura e insieme di una speranza originarie dell’uomo. L’uomo primitivo, che un tempo avvertiva l’arrivo dell’inverno nel progressivo allungarsi delle notti d’autunno e nel progressivo indebolirsi della forza del sole, ogni volta si era chiesto pieno di paura: «Il sole dorato ora morirà? Ritornerà? O non sarà vinto quest’anno (o in uno degli anni a venire) dalle forze malvagie delle tenebre, tanto da non ritornare mai più?». Sapere che ogni anno tornava un nuovo solstizio d’inverno dava in fondo la certezza della sempre nuova vittoria del sole, del suo certo, perpetuo ritorno. È la festa in cui si compendia la speranza, anzi, la certezza dell’indistruttibilità delle luci di questo mondo. Quest’epoca, nella quale alcuni imperatori romani, con il culto del sole invitto, cercarono di dare ai loro sudditi una nuova fede, una nuova speranza, un nuovo senso in mezzo all’inarrestabile crollo delle antiche divinità, coincise col tempo in cui la fede cristiana tentò di guadagnare il cuore dell’uomo greco-romano. Ed essa trovò proprio nel culto del sole uno dei suoi antagonisti più insidiosi. Si trattava di un segno fin troppo visibile agli occhi degli uomini, molto più visibile e attraente del segno della croce nel quale giungevano gli annunciatori della fede in Cristo. Eppure, la loro fede e la loro luce invisibile ebbero il sopravvento sul quel messaggio visibile col quale l’antico paganesimo cercò di affermarsi.

Molto presto i cristiani rivendicarono a sé il 25 dicembre, il giorno natalizio della luce invitta, e lo celebrarono come il giorno della nascita di Cristo, in cui essi avevano trovato la vera luce del mondo. Dicevano ai pagani: «Il sole è buono e noi ci rallegriamo quanto voi per la sua continua vittoria. Ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e avere forza solo perché Dio lo ha creato. Esso quindi ci parla della vera luce, di Dio. Ed è il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente originaria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna forza senza di lui. Ma questo non è ancora tutto e nemmeno la cosa più importante. Non vi siete accorti infatti che esistono un’oscurità e un freddo rispetto ai quali il sole è impotente? Sono quell’oscurità e quel freddo che provengono dal cuore ottenebrato dell’uomo: odio, ingiustizia, cinico abuso della verità, crudeltà e degradazione dell’uomo…». E a questo punto ci accorgiamo d’improvviso quanto tutto questo sia per noi stimolante e attuale, sentiamo che il dialogo del cristiano con gli adoratori romani del sole è come il dialogo del credente di oggi col suo fratello non credente, è il dialogo incessante tra fede e mondo. Certo, la paura primitiva che il sole un giorno potrebbe scomparire ormai non ci agita più: la fisica, col fresco soffio delle sue formule chiare, l’ha scacciata da tempo.

È vero, la paura primitiva è passata, ma è anche scomparsa la paura in assoluto? O l’uomo non continua forse a essere definito dalla paura, a tal punto che la filosofia di oggi indica la paura proprio come «esistenziale fondamentale» dell’uomo? Quale epoca della storia dell’umanità ha, più della nostra, sperimentato una paura maggiore di fronte al proprio futuro? Forse l’uomo di oggi si accanisce così tanto nel presente solo perché non sopporta di guardare negli occhi il futuro: il solo pensarvi gli procura degli incubi. Non temiamo più che il sole possa essere sopraffatto dalle tenebre e non tornare; ma abbiamo paura del buio che proviene dagli uomini; scoprendo solo così quella vera oscurità che, in questo secolo di disumanità, abbiamo sperimentato più spaventosamente di quanto le generazioni che ci hanno preceduto avrebbero mai potuto immaginare. Abbiamo paura che il bene nel mondo divenga impotente, che non abbia più senso scegliere la verità, la purezza, la giustizia, l’amore, perché ormai nel mondo vale la legge di chi meglio sa farsi strada a gomitate, visto che il corso della storia sembra dare ragione a chi è senza scrupoli e brutale, non ai santi. E, d’altronde, non vediamo forse di fronte ai nostri occhi dominare il denaro, la bomba atomica, il cinismo di coloro per i quali non esiste più nulla di sacro? Spesso ci sorprendiamo in preda al timore che, alla fine, non vi sia alcun senso nel caotico corso di questo mondo; che, in fondo, la storia del mondo distingua solo fra gli sciocchi e i forti… Domina la sensazione che le forze oscure aumentino, che il bene sia impotente: ci assale più o meno quella stessa sensazione che, un tempo, prendeva gli uomini quando, in autunno e in inverno, il sole sembrava combattere la sua battaglia decisiva: «La vincerà? Il bene conserverà il suo senso e la sua forza nel mondo?».

Nella stalla di Betlemme ci è dato il segno che ci fa rispondere lieti: «Sì». Perché quel bambino, il Figlio unigenito di Dio, è posto come segno e garanzia che, nella storia del mondo, l’ultima parola spetta a Dio, proprio a quel bambino lì, che è la verità e l’amore. È questo il senso vero del Natale: è il «giorno di nascita della luce invitta», il solstizio d’inverno della storia del mondo che, nell’andamento altalenante di questa nostra storia, ci dà la certezza che anche qui la luce non morirà, ma ha già in pugno la vittoria finale.

 

Mamme, Papà e Presepi

Ma quante mamme ci sono nella Bibbia! Tante, davvero tante. Le loro storie di solito sono sempre piene di vita. Quella vita che per una mamma ha mille sfaccettature. Al punto che anche i sentimenti di Dio sono spesso descritti come quelli di una mamma. « Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò » (Isaia 66,13); « Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia. » (Salmo 131,2);  « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. » (Isaia 49,15). Questo immaginario al femminile di Dio ci è stato ricordato da Papa Luciani e ultimamente anche da Papa Francesco.

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La figura di Maria, la mamma di Gesù ci ha accompagnato in questo periodo e i suoi sentimenti hanno costellato le nostre meditazioni nel cammino verso il Natale. L’immagine di Maria che è custodita nella Grotta del Latte a Betlemme è così dolce e vera …

Non sono sposato e non ho mai avuto figli. Eppure quante coppie, quanti bimbi, quante esperienza narrate e condivise con me.

Forse per questo stamattina è l’immagine dell’attesa di Giuseppe nell’imminenza del parto della sua sposa che si è fatta strada nella mia preghiera.

Ricordo mio fratello e tanti amici nei giorni imminenti la nascita del loro primo figlio e nei giorni subito dopo. Mi fa sempre sorridere con un affetto incredibile ciò che mi disse uno di loro mostrandomi la foto del suo bimbo di pochi giorni: “Guarda Stefano mio figlio. Vero che è bello? Ma non lo dico perché sono suo padre. È oggettivamente bello!”. Quanta dolcezza, quanta tenerezza in quell'”oggettivamente”. Sono sicuro che anche Giuseppe ha avuto lo stesso pensiero guardando il piccolo Gesù appena nato a Betlemme.

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Giuseppe. I vangeli non solo non riportano alcuna sua parola, ma non ci dicono neppure alcunché riguardo ai suoi sentimenti. Anzi, l’unico che ci è testimoniato è leggibile nella sua decisione di ripudiare Maria, una volte venuto a sapere di questa sua gravidanza che non lo aveva come … protagonista (Mt 1,19)! L’angelo che gli appare in sogno gli dice: « non temere, non avere paura a prendere con te Maria, tua sposa » (Mt 1,20).

Ho sempre trovato fantastica questa frase, perché è simbolicamente vera per ogni coppia. Giuseppe potrà accogliere “il bambino che è generato in lei”, solo prendendo con sé la sua sposa Maria. Ma è proprio quello che ogni uomo è obbligato a fare. Solo fidandosi della propria donna, solo “prendendola con sé”, un uomo può diventare davvero padre. Nessun uomo può mostrare proprio figlio a qualcun altro dicendogli che è “oggettivamente” bello, senza “prendere con sé” la propria donna. E questo perché solo nel gesto della madre che porge il proprio figlio appena nato nelle braccia del suo uomo si può realizzare quella trasformazione di un uomo in padre. E questo è successo anche a Giuseppe.

Allora c’è bisogno di un’altra icona. Per quanto sia bella l’icona che ho trovato nel luogo tradizionale di san Giovanni nel Deserto e che ho messo sopra, per quanto belle siano le immagini della Madonna col bambino, stamattina non le ho trovata vere fino in fondo.

Questa mi ha soddisfatto di più oggi!

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E del resto, a Natale il presepe è così! … o no?

 

 

 

 

Il Presepe Napoletano e la Terra Santa

Mi è sempre piaciuto il presepe napoletano.

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Un’impressionante esplosione di vita con tutte le sue diverse espressioni. La vita nelle case (bellissime le donne che dal balcone chiamano l’amica o il figlio, quelle che calano il cestino per tirare su la spesa in casa loro …), le osterie, i diversi mestieri tipici degli artigiani in città, i contadini e i pastori. Tradizionalmente ci sono anche le figure umane più lontane da qualsiasi modello di perfezione. L’ubriaco, la prostituta, lo strozzino e persino l’omicida. Ultimamente poi anche i personaggi che caratterizzano le vicende politiche e quelle di cronaca locale o nazionale. Il tutto in una sorta di bailamme confuso e umanamente ricco e variegato.

E, in mezzo a tutto questo, occorre cercare, all’interno di una casa, la scena della Natività con i suoi elementi caratteristici. Maria, Giuseppe, la mangiatoia e talvolta anche gli strani personaggi dai tratti stranieri e diversi dei Magi. Bisogna davvero cercarla quella casa, perchè sembra semplicemente un’altro degli elementi della vita. Mi pare il senso profondo dell’Incarnazione di Dio in mezzo alla nostra storia. Tutti continuiamo a vivere la vita, con la sua velocità e le tante cose che ci agitano e ci muovono. Ma in una casa, l’evento della nascita di un bambino assume un significato diverso.

È l’ingresso di Dio nel nostro vivere. Viene a far parte del nostro mondo. Così come il nostro mondo è. Ci entra dentro.

Vivere qui in questa Terra per me quest’anno mi ha fatto riflettere su questo ingresso di Dio, sulla sua logica permanente. Sceglie di accompagnarsi, di sposarsi con un popolo che qui viveva, che qui combatteva la sua identità e le sue miserie tra popoli ben più importanti e potenti. Hittiti, Egiziani, Fenici e Filistei, Assiri, Babilonesi, Persiani, Greci, Macedoni, Romani … Per poi nascere come uomo a Betlemme e condividere le vicende degli uomini e donne del suo tempo, così come il suo tempo era. Ricco di contraddizioni, di ricchezze e povertà.

Ragazzo e adolescente a Nazareth, probabilmente aiutando suo padre nella costruzione della città di Sepphoris, imparando da lui l’arte del carpentiere edile. Poi giovane uomo decide di andare a vivere a Cafarnao. Centro di pesca e commercio del pesce. Luogo di frontiera, esposto a tante culture e aperto a tanti viaggiatori che facevano di quel pesce secco o salato un importante elemento del loro viaggiare. Sia le carovane commerciali che congiungevano i territori a Nord della Siria e delle regioni dei grandi fiumi con i territori a Sud, come l’Arabia e l’Egitto. Sia le necessità commerciali delle navi ellenistico-romane che dalle coste congiungevano tutti i porti del Mediterraneo (è testimoniato infatti l’uso di quel pesce del lago di Tiberiade per le navi romane). Lì incontra i suoi amici che diventeranno suoi discepoli e compagni di strada per tutte le regioni di Israele, di Samaria e per molte regioni “pagane” della Decapoli e dei territori lontani, fino a Tiro, Sidone e Cesarea di Filippo a Nord. E finire poi la sua vicenda terrena a Gerusalemme.

E mentre noi leggiamo il Vangelo facendo di quel Gesù il nostro centro di interesse, in realtà il mondo attorno a lui era proprio come il presepe napoletano che mi affascina. Ognuno vive la sua vita, quasi ignaro e inconsapevole di quanto quel Gesù sta portando su questa terra.

Ecco il fascino per me di questo periodo. La sfida di un mondo vorticoso, ricco, bello, ma anche malato e violento, nel quale credere che Dio si è fatto carne, nel quale Dio continua a camminare. E se talvolta ci viene la tentazione di prendere le distanze da questo mondo, mi colpisce il messaggio scandaloso della lettera agli Ebrei: Dio non si vergogna di chimarli fratelli perché colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una sola origine (cf. 2, 11), e Dio non si vergogna si essere chiamato loro Dio perché ha preparato per loro una città (cf. 11, 16). Dio non si è mai vergognato di questa umanità. Non facciamo l’errore di vergognarci dell’umanità che popola il nostro “presepe napoletano”.

Pensieri presso la porta santa al Gethsemani

Domenica 13 ho partecipato insieme a molti cattolici latini alla cerimonia di apertura della Porta Santa alla Basilica del GethsemaniGethsemani

È stato un momento bello, profondo, di unione. Non è facile vivere momenti simili qui, dove il più delle volte sembra vincere un certo spirito di divisione, di separazione, di violenza e di sospetto reciproco. Ho respirato una tensione comune verso qualche cosa che superava certamente la liturgia, la celebrazione del Patriarca, la presenza di tanti vescovi e preti. Era un desiderio di accedere alla stessa esperienza proposta da Papa Francesco a Bangui e a Roma e che molti di noi hanno solo vissuto attraverso la televisione o i nostri computer.

Il desiderio di vivere simbolicamente un accesso alla Misericordia di Dio.

C’è così tanto bisogno di una Misericordia che facciamo fatica ad avere.

Prima di tutto con noi stessi. Vorremmo essere diversi, migliori. Lo specchio di chi vorremmo essere. Ma non lo siamo mai. E non siamo capaci di essere semplicemente ciò che siamo, accogliendoci per ciò che siamo.

Poi con gli altri. Non lo nego, faccio fatica a perdonare. Ferite del passato ritornano così spesso fuori, non si dimentica. Ci si lega in una spirale perversa ai propri “carnefici”, lasciandoci intrappolare dalla memoria del male subito che rimane attiva e bruciante dentro di noi. Per qualcuno il proprio padre, per altri il proprio compagno o compagna che ci ha tradito, per altri ancora qualche persona che ci ha fatto del male in questa o quella circostanza della vita. Qui in questa Terra poi, la memoria del male ricevuto diventa un abisso nel quale si rimane imprigionati e che porta all’odio e al desiderio di una vendetta che sembra mai essere sufficientemente compiuta.

Ecco perché vogliamo passare da una porta. Da un limine così carico di simbolismo interiore che ci dia il senso che è possibile passare oltre. Dio ha fatto e fa così con noi.

Eravamo tutti lì per quello.

E chissà… Il modo particolare in cui la Porta Santa del Gethsemani è proposta mi ha colpito molto

Porta Santa Gethsemani

Si entra attraverso la porta e bisogna passare dalla Croce. Solo passando di lì si incontra la possibilità di un cielo diverso, il cielo delle cupole della Basilica del Gethsemani. Il luogo dove Gesù ha pianto per dare la sua vita per noi, per misericordia, per amore.

Cielo Gethsemani