Il Presepe Napoletano e la Terra Santa

Mi è sempre piaciuto il presepe napoletano.

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Un’impressionante esplosione di vita con tutte le sue diverse espressioni. La vita nelle case (bellissime le donne che dal balcone chiamano l’amica o il figlio, quelle che calano il cestino per tirare su la spesa in casa loro …), le osterie, i diversi mestieri tipici degli artigiani in città, i contadini e i pastori. Tradizionalmente ci sono anche le figure umane più lontane da qualsiasi modello di perfezione. L’ubriaco, la prostituta, lo strozzino e persino l’omicida. Ultimamente poi anche i personaggi che caratterizzano le vicende politiche e quelle di cronaca locale o nazionale. Il tutto in una sorta di bailamme confuso e umanamente ricco e variegato.

E, in mezzo a tutto questo, occorre cercare, all’interno di una casa, la scena della Natività con i suoi elementi caratteristici. Maria, Giuseppe, la mangiatoia e talvolta anche gli strani personaggi dai tratti stranieri e diversi dei Magi. Bisogna davvero cercarla quella casa, perchè sembra semplicemente un’altro degli elementi della vita. Mi pare il senso profondo dell’Incarnazione di Dio in mezzo alla nostra storia. Tutti continuiamo a vivere la vita, con la sua velocità e le tante cose che ci agitano e ci muovono. Ma in una casa, l’evento della nascita di un bambino assume un significato diverso.

È l’ingresso di Dio nel nostro vivere. Viene a far parte del nostro mondo. Così come il nostro mondo è. Ci entra dentro.

Vivere qui in questa Terra per me quest’anno mi ha fatto riflettere su questo ingresso di Dio, sulla sua logica permanente. Sceglie di accompagnarsi, di sposarsi con un popolo che qui viveva, che qui combatteva la sua identità e le sue miserie tra popoli ben più importanti e potenti. Hittiti, Egiziani, Fenici e Filistei, Assiri, Babilonesi, Persiani, Greci, Macedoni, Romani … Per poi nascere come uomo a Betlemme e condividere le vicende degli uomini e donne del suo tempo, così come il suo tempo era. Ricco di contraddizioni, di ricchezze e povertà.

Ragazzo e adolescente a Nazareth, probabilmente aiutando suo padre nella costruzione della città di Sepphoris, imparando da lui l’arte del carpentiere edile. Poi giovane uomo decide di andare a vivere a Cafarnao. Centro di pesca e commercio del pesce. Luogo di frontiera, esposto a tante culture e aperto a tanti viaggiatori che facevano di quel pesce secco o salato un importante elemento del loro viaggiare. Sia le carovane commerciali che congiungevano i territori a Nord della Siria e delle regioni dei grandi fiumi con i territori a Sud, come l’Arabia e l’Egitto. Sia le necessità commerciali delle navi ellenistico-romane che dalle coste congiungevano tutti i porti del Mediterraneo (è testimoniato infatti l’uso di quel pesce del lago di Tiberiade per le navi romane). Lì incontra i suoi amici che diventeranno suoi discepoli e compagni di strada per tutte le regioni di Israele, di Samaria e per molte regioni “pagane” della Decapoli e dei territori lontani, fino a Tiro, Sidone e Cesarea di Filippo a Nord. E finire poi la sua vicenda terrena a Gerusalemme.

E mentre noi leggiamo il Vangelo facendo di quel Gesù il nostro centro di interesse, in realtà il mondo attorno a lui era proprio come il presepe napoletano che mi affascina. Ognuno vive la sua vita, quasi ignaro e inconsapevole di quanto quel Gesù sta portando su questa terra.

Ecco il fascino per me di questo periodo. La sfida di un mondo vorticoso, ricco, bello, ma anche malato e violento, nel quale credere che Dio si è fatto carne, nel quale Dio continua a camminare. E se talvolta ci viene la tentazione di prendere le distanze da questo mondo, mi colpisce il messaggio scandaloso della lettera agli Ebrei: Dio non si vergogna di chimarli fratelli perché colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una sola origine (cf. 2, 11), e Dio non si vergogna si essere chiamato loro Dio perché ha preparato per loro una città (cf. 11, 16). Dio non si è mai vergognato di questa umanità. Non facciamo l’errore di vergognarci dell’umanità che popola il nostro “presepe napoletano”.

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