Distruggere i segni sacri di chi è diverso

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I segni religiosi sono in Israele e Palestina accettati, rispettati e sostanzialmente chiunque può manifestamente esibire la propria appartenenza religiosa. Si può liberamente mostrare la propria identità islamica o ebraica. Per certi aspetti anche la propria identità cristiana (pensiamo ai francescani vestiti col loro saio o alle tante religiose che possono liberamente vestire il proprio abito comprendente spesso croci, rosari ecc.).

Tuttavia c’è una radicale debolezza nell’essere cristiani qui. E questa deriva non solo dall’evidente e oggettivo fatto di essere minoranza, quanto dal fatto che si è spesso alla mercé di un disprezzo crescente sia da parte di molti musulmani, sia da parte di molti ebrei.

Parlavo recentemente con una suora cui passanti musulmani hanno sputato addosso per l’abito che portava. Un’altra venuta qui in pellegrinaggio si è trovata nella stessa triste situazione da parte di ebrei ultraortodossi. Il tutto naturalmente accompagnato da insulti e scherni (“cagna”, “infedele” e “idolatra” sono i più comuni in questi casi).

In giugno di quest’anno la chiesa della Moltiplicazione dei pani e dei pesci è stata oggetto di un attentato terroristico da parte di un gruppo di coloni ultra-oltranzisti ebrei. Hanno appiccato il fuoco al suo protone principale, non riuscendo a danneggiare la chiesa ma distruggendo completamente alcune strutture del Nartece (il portico antistante la Chiesa) e del monastero benedettino che la custodisce. [le foto qui sotto della mia visita all’abate con alcuni gesuiti al luogo due giorni dopo l’evento. La scritta che si legge dice “che gli idoli siano distrutti”]

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Ora, leggo che “Il Patriarcato latino di Gerusalemme ha denunciato un nuovo episodio anticristiano nel cimitero del Monastero cattolico di Beit Jamal, nei pressi di Beit Shemesh ad un passo da Gerusalemme. Una decina di croci – come mostrano le foto diffuse su Facebook da Wadi Abunassar, consigliere dell’Assemblea dei Vescovi di Terra Santa – erette sulle tombe di sacerdoti dai cognomi italiani che hanno vissuto e operato nel Monastero retto dai Frati salesiani.

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Un fatto – anche se non ci sono per ora indizi che vanno in questa direzione – che sembra riproporre altri episodi analoghi compiuti nei mesi scorsi in Israele e attribuiti ad ultrà ebrei. Atti delittuosi condannati dall’intera leadership ebraica a partire dal presidente dello stato Reuven Rivlin e dal premier Benyamin Netanyahu. Il Patriarcato latino, retto da Fouad Twal, ha sottolineato che già nel passato il Monastero luogo è stato oggetto di altri attentati: nel settembre del 1981 fu preso di mira lo stesso cimitero e vandalizzate le croci dei preti lì seppelliti; nel marzo del 2014 l’edificio fu imbrattato di graffiti anticristiani. Tutti fatti – ha accusato il Patriarcato – rimasti negli archivi delle autorità “come compiuti da ‘assalitori ignoti’”, quindi impuniti. E proprio per questo – ha aggiunto – la più alta carica cattolica della regione ha esortato “nello specifico la polizia e in generale le autorità israeliane a compiere ogni sforzo per portare il prima possibile i responsabili di questi atti sacrileghi davanti alla giustizia”. Il Patriarcato ha poi sottolineato di “sperare che ulteriori sforzi siano fatti per educare tutti gli abitanti del Paese al rispetto l’uno dell’altro”. E questo, “nonostante le differenti provenienze religiose”. Del resto lo stesso Rivlin sostenne che “Israele, come stato e società, ha il dovere di proteggere e preservare i luoghi santi di tutte le fedi”. – See more at: http://www.blitzquotidiano.it/foto-notizie/gerusalemme-croci-cristiane-divelte-da-ultra-ebrei-foto-2355719/#sthash.cHnBMbiX.dpuf

Dire che sono triste è dire poco. Sarebbe bello crescere in un tipo di cultura in cui si alimenta il rispetto dei segni sacri dell’altro, oltre a difendere i segni caratteristici della propria identità religiosa.

Tuttavia il soffrire la debolezza intrinseca dell’essere minoranza qui, esposta alla violenza sempre possibile da parte di chi crede di difendere i propri valori e la propria cultura distruggendo o esponendo al vilipendio ciò che è più sacro a chi è diverso, mi fa riflettere a quanto sia facile cadere nello stesso errore là dove invece noi cristiani siamo maggioranza.

Ecco perché non si può solo ridere o fare ironia quando si leggono articoli, blog o twitter che deridono o alimentano un clima di violenza contro i segni religiosi di chi è minoranza da noi.

Chi è cristiano qui in Medio Oriente non si sente affatto difeso o sostenuto da certe manifestazioni di (pseudo) politici di questo o quel gruppo che si vestono da pastori in presepi viventi e poi alimentano odio e violenza anti islamica, o che strombazzano il loro desiderio di difendere i valori cristiani e poi nel contempo lodano o fanno l’occhiolino all’antisemitismo di movimenti fascisti.

È bene che si sappia!

Porte e Cieli che si aprono

 

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Quest’anno un elemento comune alle due feste dell’Epifania e del Battesimo di Gesù mi ha molto colpito: l’apertura di ciò che normalmente rimane chiuso.

Ho provato a immaginare i tre Magi venuto dall’Oriente che bussano alla porta della casa dove stavano Giuseppe e Maria pochi giorni dopo la nascita di Gesù.

Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e l’adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. (Matteo 2, 11)

Quale può essere stata la reazione di questi due giovani genitori al presentarsi di questi strani uomini che chiedono di poter vedere e adorare il loro figlio. Quale sarebbe la reazione di qualunque mamma ad una simile domanda? Credo che naturalmente una mamma si frapporrebbe tra suo figlio e la stranezza di una simile richiesta. Diventerebbe scudo, difesa insormontabile di fronte al possibile pericolo rappresentato da questi personaggi, dai costumi bizzarri, dalla lingua sconosciuta, di un’altra religione. Eppure il testo narra un’altra storia.

La porta si apre. il bambino diventa accessibile agli stranieri che possono toccarlo, baciarlo. A lui possono presentare i loro doni. La porta d’accesso a Gesù si schiude grazie al coraggio, alla fiducia di fronte al diverso, che Maria e Giuseppe dimostrano. Non difendono Gesù, lo “offrono” alla possibilità d’accesso a lui anche per questi uomini venuti da lontano.

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Lo stesso elemento mi sembra essere offerto dal racconto del Battesimo di Gesù.

Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba. (Luca 3, 21-22)

Qui non è una porta ad aprirsi, ma il cielo stesso. Ancora più forte il racconto del Vangelo di Marco che parla di uno squarciarsi dei cieli (1, 10).

Il cielo è sempre stato considerato dagli antichi come il confine estremo, come il limine tra il mondo degli uomini e il mondo degli déi. Anche la Bibbia nel racconto della Creazione propone la stessa ‘geografia’: Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E chiamò il firmamento cielo (Genesi 1, 7-8). E così, per gli antichi, voler raggiungere il cielo è il massimo del peccato, della hybris per i greci. Così infatti gli uomini alla Torre di Babele: Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (Genesi 11, 4).

Nel Battesimo del Giordano questo confine irraggiungibile e non oltrepasssabile si apre, si squarcia. Da ora in poi il mondo di Dio e il mondo degli uomini non sono più separati. Persino ciò che di più etereo e divino si possa immaginare, lo Spirito di Dio, diventa sembianza corporale, toccabile, visibile … persino cacciabile (non faranno così con Gesù?)

È in Gesù che tale apertura diventa possibile. Così aveva detto a Natanaele: In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo (Giovanni 1, 51).

Mistero di porte aperte e di cieli aperti. Questa la meraviglia di oggi ed è fin troppo scontato confrontare la direttrice proposta da queste feste con la nostra continua e perenne tensione a chiudere porte e cieli (le nostre religioni) credendo così di essere più sicuri, più difesi. Che forte sempre la tentazione di vivere come un “noi” ben definito che sta dentro, separandoci da “loro” che … è meglio stiano fuori.